n. 3   luglio - septiembre 2007.


Una presenza carmelitana al Concilio Vaticano II
Intervista a p. Kilian Healy, O. Carm.
Ex Priore Generale e membro del Concilio Vaticano II

Disponiamo della registrazione di un’intervista a p. Kilian Healy, già Priore Generale dell’Ordine dal 1959 al 1971. Avendo partecipato con diritto di voto al Concilio Vaticano II, egli è stato uno dei pochi Priori Generali della storia a prendere parte a un Concilio Ecumenico. Riportiamo di seguito parte dell’intervista in cui p. Kilian riflette sulla sua esperienza di Priore Generale e ricorda l’evento conciliare.

L’intervista si è svolta il 13 marzo 2000 presso la residenza carmelitana di Peabody, Massachusetts, dove p. Kilian si era ritirato pur continuando ad essere attivo. Si è spento il 18 maggio 2003.

Quando è stato convocato il Concilio Vaticano II quali erano le tue aspettative al riguardo?

Ci è stato chiesto (a tutti gli Ordini religiosi) di presentare suggerimenti per il Concilio Vaticano. Una delle nostre proposte, probabilmente la più importante, è stata quella di elaborare un documento sulla natura umana e divina di Gesù Cristo – un pronunciamento chiarificatore sul suo essere Dio e uomo. A quel tempo c’era una controversia fra i teologi circa il modo corretto di presentare l’incarnazione di Gesù. Le varie posizioni teologiche e filosofiche non erano sempre chiare. Alcuni sembravano sminuire la divinità di Cristo.

(Il Servo di Dio) fr. Bartolomeo Xiberta allora lavorava in Curia. Era probabilmente uno dei teologi più accreditati dell’ultimo secolo e proprio come teologo carmelitano egli suggerì l’opportunità di una chiara presentazione della natura di Gesù Cristo.

Abbiamo avuto anche altre proposte che al momento non ricordo; comunque nessuna di esse era particolarmente importante. Non abbiamo trattato della liturgia, tema che interessava alquanto il Concilio, né di altri problemi quali la libertà religiosa – non ci siamo addentrati in simili questioni.

Comunque, quando siamo arrivati al Concilio, il problema (della natura di Gesù Cristo) purtroppo non è stato affatto trattato. Ci si è piuttosto occupati della questione capitale della liturgia, giacché si è dato per scontato che Gesù fosse il Figlio di Dio e non se ne è discusso. Il fatto che quel tema non fosse stato sollevato era a un tempo sorprendente ma anche rassicurante perché esso evidentemente non costituiva un’urgenza per i padri conciliari.

Sei rimasto sorpreso di fronte ai cambiamenti suscitati dai documenti del Concilio?

La grande sorpresa del Concilio è stata ovviamente a livello liturgico, il passaggio dal latino alla lingua corrente. Non me lo sarei mai aspettato; durante lo svolgimento del Concilio ha pensato che sarebbe stata ammessa nella liturgia qualche parte in lingua corrente, ma mai mi sarei immaginato che il latino sarebbe stato pressoché dimenticato. Non penso che i padri conciliari avessero veramente intenzione di toglierlo di mezzo. Ma, secondo me, il risultato è stato proprio questo e certo è stata una cosa davvero inaspettata.

Altra grande sorpresa è stata la controversia sulla libertà religiosa. Ognuno ha diritto di professare la propria fede e mai potrebbe imporla a un altro. La gente deve poter praticare liberamente la fede – privatamente e persino pubblicamente fin quando ciò non interferisce con l’ordine sociale del paese.

Come si è andata definendo questa idea al Concilio?

Il contributo maggiore è venuto dal teologo americano John Courtney Murray che tanto si è battuto per la libertà religiosa. Durante il Concilio mi sono confrontato con lui un paio di volte su questo tema. Mi disse che alcuni della Curia gli avevano negato il permesso di venire a Roma dove la sua presenza non sarebbe stata gradita. Quindi se ne era astenuto. Ma il card. Spellman è intervenuto a suo favore ed egli è infine arrivato a Roma.

Ha pubblicamente celebrato la Messa in una delle sessioni con il Santo Padre, mostrando che Paolo VI lo accoglieva. E naturalmente il documento per cui si è tanto battuto è stato accettato e oggi appartiene al magistero della Chiesa.

Ricordo di aver partecipato in America a un convegno teologico al cui tavolo sedevano alcuni dei più famosi teologi americani che non voglio nominare; essi erano tutti nettamente contrari a quanto affermato da Murray sulla libertà religiosa.

Un sacerdote mi disse: "L’errore non ha diritti. La gente chiede dei diritti per predicare false dottrine e questo è fuori questione. L’errore non ha diritti. La falsità non ha diritti". Me ne ricordo bene! Gli uomini che parlavano e pensavano così erano fra i più illustri teologi del tempo. E restarono del tutto esterrefatti quando il Concilio ha approvato questa dottrina della libertà religiosa. Dopo (l’approvazione del Concilio), però, sono rimasti tranquilli.

Per me la grande sorpresa è stata nell’apprendere che la libertà religiosa veniva proposta a tutti i popoli. Ma si tratta senz’altro di un’ottima cosa.

E per quanto riguarda l’invito del Concilio all’ecumenismo?

Il Concilio ha promosso l’ecumenismo. Per me è stato davvero magnifico vedere come ci si è aperti alle altre confessioni, come si è pregato auspicando l’unità di tutti i cristiani in comunione di fede e di amore.

Ci ho pensato più volte da allora e sono convinto che l’unità, prima ancora che sul piano della fede, dobbiamo viverla sul piano della carità. Dobbiamo amarci gli uni gli altri e dimostrare il nostro amore nella vita di tutti i giorni a coloro che non sono uniti a noi. Al primo posto c’è l’unità di amore. Dobbiamo mostrare affetto e rispetto nei confronti degli altri. Sono dopo che si è stabilito un rapporto di amore e rispetto ci si può sedere a discorrere. Bisogna essere in grado di dialogare.

Cosa ha significato rappresentare l’Ordine durante quegli anni?

Beh veramente… io ero parte del Concilio e mi sentivo del tutto… come dire… insomma ero assolutamente stupefatto dall’intero contesto. Sono rimasto in silenzio. Mi sentivo molto indegno e mi chiedevo cosa stavo facendo lì, al Concilio. Accanto a grandi personalità di cardinali e vescovi, avvertivo fortemente la mia pochezza. Ero del tutto sopraffatto dall’evento. Non la chiamerei umiltà, quanto piuttosto sbalordimento profondo nel vedermi in compagnia di gente così importante. Forse è stato questo che mi ha tenuto in silenzio e (sorride fra sé) quieto al mio posto.

Naturalmente non hai mai programmato la partecipazione a un evento così grandioso per la vita della Chiesa. Come lo hai vissuto personalmente?

No. Quando sono stato eletto Generale nel 1958 il Concilio non era ancora cominciato. In quello stesso anno venne eletto anche papa Giovanni XXIII che, di lì a poco, dichiarò che nel corso degli anni ’60 vi sarebbe stato un Concilio. Solo allora ho pensato che vi avrei partecipato anch’io.

Non so come avrei potuto prepararmi meglio; certo, come Generale dovevo continuare a vegliare sull’Ordine, visitare le Province, partecipare a tutti i Capitoli… e così ho fatto. Davvero non potevo affatto seguire con attenzione il Concilio. Ho cercato di fare il possibile.

Un buon numero di carmelitani era presente al Concilio. Chi di loro ha avuto una parte particolarmente rilevante?

C’è stato un carmelitano che secondo me ha svolto un ruolo notevole al Concilio. Si tratta di mons. Lamont, vescovo di Umtali, in Rhodesia – l’attuale Zimbabwe – nella diocesi che ora è chiamata Mutare. Quanto si è trattato dell’Ad Gentes, il documento sulla vita missionaria, egli è intervenuto affermandone l’importanza con grande eloquenza. Quando è uscita la prima versione, egli l’ha chiaramente valutata manchevole, definendola come uno scheletro senza carne (e ha citato con impeto il profeta Ezechiele).

Il documento è stato sottoposto a nuova elaborazione. Ne è risultata un’ottima dottrina sulla missionarietà della Chiesa. Ritengo che il vescovo Lamont abbia contribuito notevolmente al miglioramento del testo.

Quali altri carmelitani erano presenti al Concilio?

(Il Servo di Dio) fr. Bartolomeo Xiberta era nella commissione teologica. Come membro di quella commissione ha senz’altro avuto un ruolo nel presentare il documento originale. Quanto rilevante fosse il suo contributo non lo so. Lui stesso non lo ha mai detto. Ma ha partecipato alle prime due sessioni, poi si è ammalato e ha avuto un ictus; naturalmente alle ultime due sessioni del Concilio lui non c’era. È stato l’unico carmelitano ad essere presente nella commissione teologica.

Qual è il tuo ricordo preferito del Concilio?

(Lunga pausa) Veramente non saprei dire. Solo, non sono rimasto deluso. Anzi, mi ha fatto piacere la considerazione in cui il Concilio ha tenuto la Beata Vergine Maria.

Quindi davvero non hai avuto alcun grande disappunto?

No, nessuna insoddisfazione. La sorpresa più grande è stata quella dell’uso della lingua corrente nelle celebrazioni liturgiche. E credo che siamo stati in molti a stupircene. Ma la ritengo un’ottima cosa.

E poi, naturalmente, i documenti sulla libertà religiosa e l’ecumenismo – sono rimasto davvero molto soddisfatto.

Alcuni estratti audio dell’intervista:

   1) Carmelite expectations of the Second Vatican Council: IC_B_001.wav
   2) The biggest surprise of the Council:
IC_B_004.wav
  
3) The religious liberty controversy at the Council: IC_B_007.wav
  
4) The influence of Bishop Donal Lamont at the Second Vatican Council: IC_B_008.wav


Piazza San Pietro, Vaticano

Kilian Healy come Priore Generale a Aylesford

Veduta del 21° Concilio Ecumenico Vaticano II

I partecipanti carmelitani al 21° Concilio Ecumenico Vaticano II, in una foto del 23 ottobre 1962, dodici giorni dopo l’apertura del Concilio. Nella fila posteriore (da sinistra a destra): Bartolomeo M. Xiberta (Cat), il vescovo Redemptus Gauci (Mel), il vescovo Raymond Lui (Flum), il vescovo Nevin Hayes (PCM). Nella fila anteriore (da sinistra a destra): il vescovo Gabriel Bueno Couto (Flum), il vescovo Avertanus Albers (Indo), Kilian Healy (Priore Generale), il vescovo Telesforo Cioli (Ita), il vescovo Donal Lamont (Hib-Z).


TORNARA AL INDICE DEL CITOC  |  TORNARA AL INDICE DEL QUESTO NUMERO DI CITOC


INDICE DEI SITI WEB DEI CARMELITANI
carmelites.info  |  carmelitas.info  |  carmelitani.info